Lo sventramento

Fonte: estratto dell’articolo “Un’ identità perduta, un quartiere da reinventare” di Giampiero Gobbi in Urban Cultural Maps, CUECM, Catania 2013

Alla fine della (seconda n.d.r.) guerra, Catania è una città affamata, messa in ginocchio da una profondissima crisi: paralizzata l’attività del porto, urgente il problema del reinserimento dei reduci, altissimo il livello di disoccupazione. La ricostruzione vera e propria inizia nei primi anni Cinquanta, e qui come altrove nel sud del paese, essa coincide col boom del settore edilizio attorno al quale far ripartire, nelle idee della classe dirigente locale, tutta l’economia cittadina. Va però ricordato che i grandi progetti di risanamento, i vasti programmi di edilizia popolare e di lavori pubblici degli anni Cinquanta e Sessanta sono possibili solo grazie agli ingenti finanziamenti regionali e statali attraverso la Cassa del Mezzogiorno.

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La via Tessitori, la parte più povera del quartiere, con il fondo stradale non asfaltato e le tipiche case “terrane” sullo sfondo

Immediatamente iniziano i progetti di ricostruzione cittadina, con in cima quello per San Berillo. Stavolta però gli interessi economici legati al possibile sfruttamento delle aree del centro mettono in moto la macchina della politica, con la stampa locale a far scoccare la scintilla.

Il quotidiano «La Sicilia» indice infatti nell’estate del 1949 un referendum col quale chiede ai cittadini di indicare quale sia l’opera pubblica di maggiore interesse e per la cui realizzazione chiedere mezzo miliardo di lire di finanziamento da parte della Regione. La “strada dalla stazione centrale a piazza Stesicoro” è alla fine la più votata, con 2.763 preferenze, 271 in più della città dei ragazzi. Anche su questa legittimazione popolare (sulla cui regolarità si sono comunque sempre addensati sospetti, specie considerando le moltissime lettere giunte nelle ultime due settimane) si baserà l’ormai imminente sventramento di San Berillo. Già a settembre una delegazione di politici locali si reca a Palermo a far visita al Presidente della Regione Franco Restivo, il quale assicura la realizzazione dell’opera.

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Piano del Massarello, unica piazza del quartiere dove era presente il mercato, attorno ad essa numerosissime botteghe artigiali

 

La fine della dittatura fascista aveva già portato alla creazione di un nuovo blocco di potere urbano, quello democristiano. Benché l’operazione San Berillo prenda avvio quando la DC è ancora forza minoritaria in Consiglio Comunale, si mostra presto strettissimo il legame tra questo partito, già al governo nazionale ed a quello regionale,le forze economiche locali (che potremmo definire affaristiche) e il Vaticano (attraverso la Società Generale Immobiliare): nasce così l’Istica.

L’Istituto Immobiliare Catania viene costituito il 27 novembre 1950. Soci di maggioranza sono la

La via Gambino animata a qualunque ora del giorno
La via Gambino animata a qualunque ora del giorno

potentissima Società Generale Immobiliare (che sarà la grandissima protagonista della ricostruzione italiana degli anni Cinquanta) e il Banco di Sicilia. Compito dell’Istica è realizzare opere urbanistico-edilizie con particolare riferimento al quartiere San Berillo. Il piano preparato dall’Immobiliare prevede la demolizione a tappeto dell’intero tessuto esistente già consolidato, un’operazione che, come scrive Dato, “non ha simili in Italia, è una eccezione clamorosa”[1] .

Ma dove alloggiare gli attuali abitanti del quartiere? Il 3 febbraio 1951, dopo appena due mesi, arriva il momento della costituzione, tra Amministrazione Comunale (al 10%) ed Istica (90%), dell’Istituto per l’edilizia popolare di San Berillo (meglio noto come Ist-Berillo), che “si propone di approntare […] con i contributi dello Stato e della Regione nel più breve volgere di tempo abitazioni economiche, delle quali dovranno beneficiare gli abitanti del quartiere San Berillo da risanare” (art.1 Statuto della costituenda IST-Berillo).

Nel frattempo è unanime il sostegno della stampa, locale e non, che si occupa pressoché giornalmente di magnificare l’opera di bonifica del quartiere: si contano, in questo periodo, decine di articoli volti a sottolineare “necessità ed urgenza” del risanamento.

La necessità dell’azione su San Berillo è ovviamente sostenuta ad ogni occasione dallo stesso presidente dell’Istica, Claudio Majorana, il quale afferma che al posto del centro cittadino “si trova un quartiere disordinato, costituito da vie strettissime, senza aria né luce, assolutamente slegato dal rimanente tessuto stradale attorno al quale la città, nel suo sviluppo, ha sempre dovuto ruotare”. Nella zona di San Berillo, infatti, si anniderebbero “quasi tutti i postriboli e le case di malaffare”[2].  [………]

Nella prima parte del 1951 si riunisce più volte la commissione consultiva per il PRG, chiamata a discutere in particolare il progetto presentato dall’Istica per San Berillo. [………]

Il risanamento di San Berillo è approvato dal Consiglio comunale il 3 marzo 1951; i lavori, iniziati nel 1957, si interromperanno dieci anni dopo, tra scandali e contenziosi tra Comune ed Istica. La seconda parte della zona sottoposta allo sventramento

Costruzione dei palazzi su Corso Sicilia
Costruzione dei palazzi su Corso Sicilia

Con la nascita di corso Sicilia, Catania ottiene un vero e proprio centro direzionale finanziario nel cuore della città, con la conseguenza di congestionarne pesantemente il traffico senza aver lasciato nessuno spazio al verde e più in generale alla collettività. Quella che era un’occasione unica per Catania (un restauro urbanistico in grande scala) si è rivelata fallimentare perché, creando un “conflitto” tra vecchio e nuovo si è finito con lo scaricare sulla città antica una serie di funzioni e di attività che non era in grado di sostenere.

“Insomma l’operazione è stata alla Haussmann per quanto riguarda il collegamento di due poli di interesse con un asse stradale dimensionato alle esigenze dei nuovi mezzi di comunicazione e dei tempi più rapidi di accessibilità e consumo di determinati beni, ma non ha riproposto un nuovo uso della città nella sua complessità e totalità che negasse coerentemente tutti i parametri urbanistici della città precedente Ciò, a dimostrazione di un assoluto disinteresse, da parte di chi ha compiuto il piano di risanamento, delle connessioni con la città preesistente. La nuova immagine urbana proposta dal corso Sicilia […] risulta povera perché priva di spazi pubblici di relazione, a meno che non si vogliano chiamare tali la nuova piazza della Repubblica – una specie di grande parcheggio ed area di smistamento del traffico – o la piazza della Stazione necessariamente adibita a snodo di scambio

prima di abbattere i Palazzi questi venivano recintati e "spolpati" ogni arredo e suppellettile
prima di abbattere i Palazzi questi venivano recintati e “spolpati” di ogni arredo e suppellettile

veicolare. Tale immagine non solo è povera, ma anche estranea al tessuto urbano circostante”[3].

I residenti del quartiere possono solo assistere, inermi, allo sventramento. La legge Regionale del 1954 prevedeva che i proprietari dei vecchi immobili, riuniti in Consorzio o Cooperative, avessero un diritto di prelazione per l’acquisto di lotti, e così nasce un comitato di residenti (Comitato Pro San Berillo n.d.r.). I lotti previsti dal piano sono però talmente enormi da escludere, di fatto, iniziative edificatorie da parte degli abitanti del vecchio San Berillo. E ancora, ai commercianti viene proposto di acquistare botteghe nella nuova city a prezzi di concorrenza, che però si sono nel frattempo moltiplicati. Osserva Pino: “L’espropriazione a prezzo vile delle aree e la successiva vendita in regime di concorrenza costituirono la base per un processo di moltiplicazione del valore della rendita, non solo su quella zona, che pure rappresenta una notevole parte del centro cittadino, ma, per effetto di mercato, su tutta la città”[4].

Quanto alla promessa città giardino, l’area scelta per la costruzione degli alloggi popolari per gli abitanti del vecchio quartiere è nella zona di Nesima Inferiore, ad ovest del centro, tra viale Mario Rapisardi, via Palermo e piazza Palestro (Fortino). L’idea è quella di creare un quartiere completo per 15 mila famiglie, con alloggi ma anche chiese, scuole, botteghe, che potesse quindi avere vita autonoma rispetto al centro.

La carenza di interventi di manutenzione da parte dell’amministrazione comunale (soprattutto per quanto concerne le reti idrica e fognaria), la presenza di pochissimi servizi (giusto quelli essenziali), la totale assenza di parcheggi e l’immediatamente successiva saturazione di tutte le aree circostanti porteranno ben presto al fallimento del progetto della città giardino. [……..]

 

[1] Dato G. (2002), Le vicende della pianificazione urbanistica (1950-1980), in C. Dollo (a cura di), Per un bilancio di fine secolo. Catania nel Novecento (Atti del III convegno di studio, 1951-1980), Società di storia patria per la Sicilia orientale, Catania.

[2] Majorana C. (1952), Brevi notizie ed alcuni dati sul progetto di risanamento del centro cittadino catanese, relazione tenuta al Rotary di Catania, 8 gennaio.

[3] Dato G. (1984), Urbanistica e città meridionale, C.u.l.c., Catania.

[4] Pino V. (1974), La storia del San Berillo: blocco di potere urbano e investimento pubblico a Catania, in «Quaderni siciliani», n. 5-6.

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